ISABELLE H.

Lo charme di Isabelle Huppert
è inesauribile come un
"vaso senza fondo che quanto pi
ù si pasce pi
ù è bramosa", come recita un'anonima canzone medievale.
Solo due donne le sono pari e si chiamano Liv Ulmann e
Fanny Ardant. Laura Morante e Giovanna Mezzogiorno, forse il meglio di questi
anni in Italia, dovrebbero andare 10 anni in manicomio per poterla solo
toccare.

Le sue interpretazioni pi
ù belle da vedere per i miei
occhi sono quelle drammatiche dove interpreta, una de-personalizzazione da
manuale, le facce dell'isteria (lotta di classe e anoressia-bulimia) e della psicosi, che clinicamente a volte si
confondono.
Letteralmente battezzata nella cultura da un'agiata famiglia parigina (ovvio che non sempre i soldi fanno plusvalore), frequenta il Conservatorio, l'Accademia d'arte drammatica e si laurea in Lingue (russo).
Dice con nonchalance "di non basarsi su una caratterizzazione particolare" perchè "se si comincia a pensare se nel personaggio c'è qualcosa di sé o non c'è si va veramente in psicoterapia" e che per lei "il teatro è come ritornare a scuola".
Invecchiando Isabelle H. è ancora più bella.
Appare nella sua vera
natura, un fascio di nervi. Ma che nervi ragazzi!
DUE FILM SOPRA TUTTI E NON PER TUTTI:
LA PIANISTE (2001) di Michael Haneke
Se dovessi concentrare le mie cose in uno zaino, troverei
certamente lo spazio per questo film. Isabelle H. accetta di entrare in una
storia di seduzione perversa con un'autenticità incredibile dove la vittima è un ragazzo della ricca
borghesia che va fuori di testa per lei, accetta le sue pretese umilianti -la
scena nel bagno del Conservatorio è da scandalo ("essere scandalizzati è un piacere", come diceva
Pasolini a proposito di Salò e le 120 giornate di Sodoma)- e infine la violenta.
Momenti di godimento assoluto, da gustare, si vede la
stessa mortificazione di Chabrol, ma qui Isabelle H. viene completamente
"stirata" ad arco di cerchio e tutti i suoi movimenti sono veri e
propri passi di danza. Haneke, visto il resto della sua produzione,
è come dire solo il regista,
registra la luce della Huppert e dei suoi comprimari e sta a guardare estasiata
pure lui.
Il finale tradisce le aspettative senza essere deludente.
Il romanzo della
Jelinek è da leggere.
LA
DENTELLIÈRE, LA MERLETTAIA (1976) di Claude Goretta

Una relazione impossibile tra la giovanissima Isabelle
H./Beatrice, affetta da una specie di depressione anaclitica dovuta alla
deprivazione affettiva della terribile madre, e Yves Beneyton/Francois, uno
studente di buona famiglia che interpreta perfettamente le sue tradizioni
borghesi intellettuali a partire dalla sua fisiognomica.
Uno dei pochi film dimenticati -credo che non sia mai
uscito in Italia- che non avrebbe mai dovuto essere dimenticato. Un assoluto
capolavoro. La storia d'amore inizia sottovoce e finisce perché non hanno più niente da dirsi. Punto. Qui
Marx e l'incompatibilità di classe non c'entra un bel niente.
Pomme, la mangiatrice di mele, è totalmente priva di
personalità,
nella sua vita viene amata da chi non la sa amare e si trasferisce dalla madre
a Francois e da Francois al manicomio come attraverso dei passaggi proprietà scanditi da scene di nudo
strazianti: quando fa l'amore per la prima volta senza essersi mai baciata e di
fatto senza fidanzamento/innamoramento e quando si propone nuda per l'ultima
volta a Francois e viene rifiutata. Beatrice, dopo l'abbandono di Francois,
finisce in manicomio dove la depressione anaclitica è involuta in malattia di
Cotard. La scarsa fisicità e l'anaffettività vissute prima si trasformano in un vero e proprio delirio
nichilistico e così, con la completa immutabilità dei gesti, il film termina su
un primo piano da psicosi che fa rivivere la Dentellièr di Vermeer. Il titolo,
obiettivamente, è un pò infelice, ma ha il suo
motivo.
A 23 anni Isabelle H. "vive una storia", come
dice lei, o interpreta una parte da fuori di testa. Minuta, sempre ben
composta, in 110 minuti dà segni di vita per pochi minuti.
E POI, MONSIEUR CHABROL, che con il suo sarcasmo dissacra, spesso su fatti veri, le vicende della borghesia di provincia.
LA CÉRÉMONIE/IL BUIO NELLA MENTE (1995)

Una follia a due in crescendo in cui la domestica (non
poteva che essere la Bonnaire) viene investita dalla distruttiva invidia di
classe di Isabelle H./Jeanne. La prima aveva ucciso il padre incendiando casa e
la seconda la bambina perch
é le dava a noia. Che unione perfetta!
La "serata d'addio" la si intuisce dal principio
e il film è un
lento, inesorabile crescendo. Come piaceva a Chabrol.
La strage degli innocenti sopra la musica di Wolfango
Amedeo (avrà
citato Kubrick) è
cruda e inesorabile. Da vedere e rivedere.
UNE AFFAIRE DE FEMMES (1988)

Il primo
è un po' pi
ù dirompente.
Racconta la storia di una donna che per
soffocare la fame sociale durante la guerra pratica aborti e viene condannata a
morte. Soprattutto qualche momento topico. Quando Isabelle H./Marie Latour poco
prima della decapitazione invidia lo sperpero del cielo azzurro dietro le
sbarre e maledice l'origine del mondo urlando la sua rabbia nel blasfemo
"je vous salue, Marie, pleine de merde". Solo Bellocchio poteva
ripetersi. Da rivedere.
MERCI POUR LE CHOCOLAT (1990)
E' ancora più complicato. Un delitto nel delitto. Simenon si sente un ' troppo. Qui Isabelle H./Mika
nasce borghese, anche se adottiva, ma la si riconosce da principio lo stesso.
Con il suo ascoltare di spalle le voci degli altri, quando incomincia a grattarsi
per l'irritazione, a farsi i broccoli con le dita e a stirarsi la pelle della
faccia. Non è mai
contenta, povera. Uccide la moglie dell'uomo che non ama e cerca di uccidergli
la figlia solo per gelosia. E alla fine parla e si denuncia/denuda sul lettino
dell'analista e di "essere brava a fare del male", che "il male
dentro di se lo trasforma in bene" e che "invece di amare dico ti amo
e mi si crede". Da vedere almeno una volta per queste scene.
MADAME BOVARY (1991)
Stessa identica sequenza d'inizio di Une affaire de femmes,
con gli stessi animali (le oche), con la stessa rabbia sociale (cosa avrebbe
potuto fare Marx senza l'isteria!), con la stessa discutevole voluttà insaziabile. IMPOSSIBILE da rifare senza Isabelle H. perché in questo film c'è solo lei.
La storia è nota. Fondamentalmente insegna che con un'isterica gli
uomini devono essere stronzi: il nobile amante, Rodolphe, prima la corteggia
facendosi sospirare e dopo la pianta con una mail insieme a un cesto di
albicocche).
In langue tiene meglio, ma trovo che questo film sia troppo
rarefatto, quasi da teatro, non mi ha fatto immedesimare né tantomeno pensare.
Si può anche non vedere.
Fin qui e non oltre
BEEKII