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"L'emozione è forte,
il successo impossibile"

mercoledì 13 giugno 2012


Anaparnastasi/Ricostruzione (1970)


La tragedia della periferia europea vista oggi è la stessa di quella rivista ieri e l'altro ieri.
Laa Germania che vuole regnare ad imperium con una guerra atomica senza armi (il fiscal compact) che "preferirà distruggere l'Europa per la terza volta in 100 anni", fa risuonare a gran voce il verso di Bertold Brecht:
Nessuno o tutti – o tutto o niente
Non si può salvarsi da sé
O i fucili - o le catene
Nessuno o tutti – o tutto o niente

E mi fa pensare a Theo Angelopoulos, che ha fatto film per dare una risposta, politica, a tutte le forme di Potere egemonico partendo dalle "ossa degli Elleni" (Solomos).
Nato sotto la tirannia di un Mussolini balcanico (Metaxas), poeta mancato, ateniese e figlio di un mercante al dettaglio, Theo Angelopoulos ha voluto fare cinema dopo aver studiato l’antropologia di e con Levy-Strauss ed aver assaporato la controcultura della Nouvelle Vogue.
Il limite, si fa per dire, è che Angelopoulos non si è messo a fare cinema per tutti perchè parlerà di un’altra Grecia, “quella interiore” come diceva lui stesso; e si nota già dalle inquadrature iniziali del suo primo lungometraggio.




E’ inverno e piove.
“La giornata ideale per l’inizio di una storia”, diceva.
Un pulmino della guerra arranca su una strada sterrata e una voce off ci fa capire che il racconto di Agelopoulos parte da molto lontano (le rovine pelagiche).
Quel luogo semi-disabitato di case in pietra, Tymphaia, non è la barbagia delle femmine con la coda di Padre padrone (1977) dei fratelli Taviani, ma l’Epiro dell’oracolo di Dodona, una terra di confine segnata dalla storia ma  anche la terra di Alessandro Magno e di Pirro, della guerra d’indipendenza contro la dominazione ottomana, come non citare il Leone di Ioannina (1819), e dei partigiani delle montagne della guerra civile (1944-1949).




 
L’ atmosfera elegiaca dell’Epiro è la stessa di quella descritta da Giorgios Seferis molti anni prima, poeta neo-greco finito nelle patrie galere, dopo il gran rifiuto, sotto la Giunta:
Ho trattenuto la mia vita
peregrinando in mezzo ad alberi gialli
nell’inclinarsi della pioggia
in silenziosi pendii carichi di foglie di faggio
nessun fuoco
sulla loro vetta: si fa sera                                                  EPIFANIA 37


Il film è a basso costo e gli attori del primo lungometraggio sono “presi dalla vita” e dagli abitanti del paese (donne, vecchi e bambini).
La storia è un pretesto per parlare d’altro perché i fatti sono noti da subito: una donna insieme all’amante ha ucciso il marito emigrato in Germania per lavoro.
Non è un film noir (ci scusino J. Beker e H.G. Clouzot) perché il film non rispetta la sequenza temporale dei film polar (delitto → ricostruzione → arresto dell’assassino), anzi, qui la sequenza è rovesciata e spezzettata.
Non è un semplice documentario sullo spopolamento delle montagne, ma un atto di accusa per chi ha svenduto la Grecia nelle sue origini, quindi un film sul “disfacimento greco” come dice Angelopoulos, prima di tutto culturale e poi politico.
La vicenda, benché sia la stessa di Ossessione (1943), di per sé è priva di suspense edificante e la “prima lettura” del ritorno alla realtà contro la produzione cinematografica commerciale (una volta erano quelli dei telefoni bianchi) è stato forse solo l’escamotage per superare la censura della Giunta (folclore, tradizioni e antichi valori cristiani).
L’anno è il 1970, il colonnello Papadopoulos ha poteri dittatoriali dal 1967, il re Costantino è scappato e Angelopoulos vuole risvegliare il suo popolo partendo dalle origini, dal mito, che secondo Levy-Strauss rappresenta la forma in cui la società “interiorizza il divenire storico (la memoria) per farne il motore della sua evoluzione”. La Ricostruzione per l’appunto, ovvero “l’unione organica tra la tragedia e la comunità da cui era emersa e per cui era rappresentata”, l’Orestea di Eschilo, che parte da un delitto di sangue e arriva all’assemblea delle Eumenidi, il primo tribunale giudiziario democratico all’Acropoli di Atene.
“Cittadini di Atene, ascoltate ciò che ho deciso,
voi che per primi al mondo giudicate un delitto.
D’ora in poi, per sempre, questo popolo
Avrà diritto a questa sua assemblea.
…Né l’anarchia né la dittatura
Vi siano mai di fronte, cittadini.
…Questa assemblea che oggi istituisco
Resterà incorrotta, venerata, pura
A vegliare sopra la luce del paese.”                                ATENA dalle EUMENIDI


Il preambolo, con il piano-sequenza degli interni, è già teatro. Qualche primo piano e un magnifico piano-sequenza a mano libera e nessun campo/controcampo, motivo per cui Angelopoulos si era licenziato dalla scuola di cinematografia e aveva preferito gli insegnamenti di Henri Langlois della Cinemathéque Francaise.
E’ anche un fatto autobiografico, ripreso poi anche in Taxidi sta Kythira/Viaggio a Citera (1984): il padre era stato arrestato durante la guerra civile (1944) -Theo aveva 9 anni- ed era stato dato per morto per poi rientrare a casa molto tempo dopo.

Kostas/Agamennone torna al paese dopo molti anni, incontra un figlio che non lo riconosce e si mette a tavola con Eleni/Clitemnestra e gli altri figli.
“Il tuo ritorno al focolare è per noi,
in pieno inverno, un ritorno al tepore.”                           CLITEMNESTRA da AGAMENNONE


Incrocio di sguardi, scena muta, fermo immagine e titoli di testa.


“Perché questo terrore
che si erige davanti
al mio cuore rapito
e intorno gli vola cieco?”
Perché senza invito,
senza che nessuno lo paghi
il mio canto è profetico?
Perché mi è impossibile
Liberarmi, come da visioni magiche,
e sentire la sicurezza vitale
al centro del mio cuore” 
CORO da AGAMENNONE


La Ricostruzione della Polizia con un commissario indagatore dell’anima, quella sociologica dei giornalisti, così come quella della scena madre, sono proposte e riproposte insieme a flashback decontestualizzati.
La cronologia del film non è sequenziale e il “démontage” riporta facilmente alla decostruzione derridiana, alla “seconda lettura” secondo Althusser, alla “estensione del senso mediante la ricreazione di altro”, allo straniamento brechtiano attraverso “il rovesciare e lo spostare un ordine concettuale col quale esso si articola”, e al piano-sequenza che, solo con Angelopoulos, fa ricordare tanto la profondità di campo del teatro, la terza dimensione. Ma questo è solo uno dei tanti leitmotiv del cinema di Angelopoulos.



Tante le scene epiche del film che non si possono dimenticare:

Quella di Eleni/Clitemnestra quando propone all’amante, Hristos/Egisto di fare a pezzi il corpo di Kostas/Agamennone dopo averlo soffocato con un cappio e infine lo seppellisce fuori casa occultando il sito con dei bulbi di cipolla e facendo risaltare il sangue nero della terra.






“Quando su chi si odia, fingendo di amarlo,
ci si prepara a dar sfogo all’odio,
non si alzano nuovi ostacoli,
a rendere più difficile il successo” 
CLITEMNESTRA da Agamennone


Quella degli amanti che si costruiscono l’alibi attraversando il lago Pamvòtida per raggiungere Ioannina con una barca a remi.

La richiesta di aiuto Eleni/Clitemnestra al fratello, “aiutami, sono perduta” e l’aggressione animalesca contro il commissario che fa risuonare le grida di Clitemnestra contro il desiderio di vendetta del figlio Oreste.
“Fermati, figlio, abbi pietà, bambino,
di questo seno, a cui tante volte, aggrappato,
nel sonno, hai succhiato il latte della vita.
…Ma tu vuoi davvero uccidere tua madre, figlio?
Attento! Abbi paura dei miei urli di cagna!”         CLITEMNESTRA da Le coefore


Quella del bimbo con il braccino esteso -già condannato all’orfanotrofio come Oreste- quando indica ai fotoreporter il buco della legnaia dove la madre aveva nascosto il padre.
“Padre, pietà di me, e di tuo figlio Oreste!
Fa’ che torniamo padroni della nostra casa!
Ora non siamo che due diseredati senza speranza”  ELETTRA da Le coefore





L’aggressione di Eleni da parte delle donne del villaggio, “identificate totalmente nella loro parte” come dice Angelopoulos, che assalgono la camionetta della polizia e che ricorda tanto la personalizzazione delle Erinni.






E infine la Ricostruzione secondo Angelopoulos, che ha anche un piccolo cammeo nel film nel ruolo di un giornalista.
“Questo film, per me, è un’elegia per un territorio in decadimento, abbandonata dai suoi abitanti, della cui sorte è minacciato l’intero paese. Tutto partì nel 1962 quando la Germania dell’Ovest permise ai greci di vivere e lavorare in Germania. I colonnelli preferirono, in quei giorni, sapere i loro oppositori fuori dal Paese. Tutti i miei amici, per esempio, vivevano all’estero a meno che non fossero già in prigione. E’ per loro che ho fatto Ricostruzione, per tutti quelli avevano già lasciato il paese e per quelli che erano in procinto di farlo”.